Il tesoro.

carro di fuoco5c

L’idea di un grande bordello spettacolare negato quindi trasferito nel pensiero. Ancora un riferimento a D’Annunzio, il punto finale del fenomeno del corpo che trascende è parte del corpo quindi sempre lo stesso, chi è che mi succhia il cazzo quando sogno?

Se non è vivo è morto, un bordello di morti che vive nell’immaginario collettivo ed ora le tombe si sono aperte… Il supernegro di fronte, le due puttane ai lati, per non fare nomi una, quella che assomiglia a Naomi, la chiamiamo Cenerentola e l’altra che assomiglia  a Whitney Biancaneve. La cena pepata, il vino scorre come acqua eppure dà la sensazione del sangue, le puttane sono accaldate, all’afrore di belva si sente sovrapposto un intenso odore di cazzo, una figura da scolpire nel marmo, è duro come acciaio ma sono solo parole.

Cenerentola sta riempiendo i bicchieri mentre il Super n. rolla una canna, musica africana selvaggia, tam tam improvvisati nella giungla, mazze che battono contro tronchi ed ogni tronco è un grosso cazzone che ad ogni colpo sborra nell’aria ramificazioni sonore cariche di foglie e frutti contrappuntate dai sibili del vento, concerto di fiati che sgolano melodie obliate dall’impotenza.

“Non sembra un introduzione allegra.” Dice il Super n. dopo aver leccato e chiuso la cartina.

“Cos’è allegro?”

Discorso languido, per iniziare porto il bicchiere alle labbra sbirciando con la coda dell’occhio le tette semiscoperte di Cenerentola.

Lei se ne accorge, fa un ridolino e con voce professionale domanda: “Vuoi scopare, ce l’hai i soldi?”

Mentre studio cosa rispondere il me che pensa bisbiglia: “Chissà quanti sono stati con lei oggi, pensa le sborrate.”

armatura.pspimage“È vero, questo è un segno da interpretare.” Guardo le probabilità e rispondo alla puttana: “Perché dovrei pagare? Tu piuttosto, non ti andrebbe di fare un bel tigrotto di sangue puro? Cambiamo i ruoli, se mi dai cento euro sono tutto tuo.”

Lei fa una risata sguaiata tutta denti schizzandomi qualche goccia di saliva in faccia e ribatte: “Chi ti credi di essere? cento euro… fammi vedere prima quanto ce l’hai lungo.”

Il super n. tira qualche boccata dalla canna soffiando nuvolette che vanno ad offuscare la luce della lampadina creando una confortevole ed intima penombra, la passa a Biancaneve e con voce assorta ed occhi sognanti dice: “Sembri contorto tra quello che sei diventato e quello che faresti se…è vero, facci vedere quanto ce lo hai lungo.”

La faccenda sta diventando rognosa, Biancaneve, dondolando il corpo al ritmo dei tam tam che continuano a battere sui cazzoni vede l’esitazione e chiede: “Ti vergogni? Stasera siamo libere, se ce lo fai vedere e ci piace te la diamo gratis.”

Un uccello invisibile foderato da un preservativo dal colore arlecchino si è messo a ballare sul tavolo tra i fuochi fatui delle tombe, la figura è in movimento, comunque accetto la sfida, salgo sulla sedia e con movenze tigresche  sfilo pantaloni e mutande a mezza coscia.

I tre mi guardano a bocca aperta sgranando gli occhi poi scoppiano a ridere senza ritegno.

Cenerentola, con le lacrime agli occhi, dice: “Cosa vorresti fare con quel coso striminzito, non sentirei neanche il solletico.”

Il me che pensa, sornione, sussurra nella mente: “Sta attento, qui ti giochi la faccia.”2c

Non lo ascolto e sprezzante del ridicolo ribatto: “Quel che si vede è solo apparenza, che ne sapete di quel che c’è sotto?”

Biancaneve risponde: “Dove sarebbe quel che c’è sotto? non si vede niente.”

“Questo lo dici tu perché non sai leggere tra le righe di questa storia.”

Cenerentola interviene: “Vuoi dire la lingua? Va bene, se me la lecchi te la do gratis.”

La sfida è aperta, l’intuizione ha visto la strada, la figura si evolve. Scendo dalla sedia, rimetto a posto i pantaloni e dico: “Si può fare ma prima la voglio annusare.”

“Quante parole, passiamo ai fatti!” esclama il Super n.

È probabile che da ubriaco lo farei, ne ho fatte di peggio, quindi scolo un bicchiere, tiro qualche nota dalla canna e sull’onda dei tam tam che battono sempre più furiosi facendo convergere i tronchi verso il centro si vede Biancaneve sedersi sulle ginocchia del Super n. e Cenerentola, con mosse feline, si sistema sul tavolo di fronte a me, si sfila le mutandine di pizzo bianco e allunga le gambe sopra le mie spalle. “Adesso lecca.” dice.

Una metafora comunque tra le gambe di Cenerentola si vede inturgidirsi di voglia un lungo cazzone nero.”

“Che mi vuoi fare leccare? Cosa sei, un ricchione?” domando sbalordito.

Cenerentola, con voce mielata, dice: “Proprio tu parli così…non vedi quel che c’è sotto?”

Nell’atmosfera si sentono i gemiti di Biancaneve che si è messa a scopare col super negro, intanto il cazzone diventa sempre più lungo, Cenerentola si sposta sul tavolo avvicinandomelo alla bocca, vedo la cappella paonazza gonfiare e la mia lingua biforcuta inizia furtivamente a far capolino tra le labbra.

climax_thumb.jpgGiungla selvaggia, senza pietà, sul concetto di climax che sale un gradino inizio a dare delle timide leccate alla cappella, gusto indefinibile, non è facile trovare le parole, quel che potrebbe essere leccare le reliquie di un santo morto da secoli chiuso nella teca di una chiesa, odore di incenso, di polvere, di molto vecchio, insalivandola la cappella continua a gonfiare paonazza e violacea, Cenerentola, per nulla presa dalla filosofia, accenna dei divertiti gridolini di piacere, il ritmo dei tam tam accelera, la preda stanata salta fuori dal suo buco ed inizia l’inseguimento, la tigre primordiale è a caccia, senza pensare mi ficco il cazzo in bocca sfregandolo dolcemente con le labbra mentre con la lingua lo solletico da sotto, la cappella è diventata immensa, riempie tutto lo spazio, muovendo ad arte la testa inizio a succhiare facendola scivolare sulle pareti interne della bocca e cannoneaa_thumb.jpgla spingo a toccare le tonsille, vado su è giù sempre più veloce, il cazzone freme di elettricità e sguaiato mi sborra in bocca un ettolitro di sperma spumeggiante che inghiotto a più riprese. Gusto statistico ma questo ha poca importanza, la tigre ha raggiunto la preda, l’ha atterrata e addentata alla gola, il ritmo dei tam tam è assordante e frenetico, addento la cappella e la trancio di netto con un solo morso deciso.

Cenerentola grida d’orgasmo mentre il sangue gorgogliante di bollicine inizia a scorrere nella gola.

 

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La mappa.

 

Qui finisce la prima parte, in qualche modo non facile da capire è stata tracciata la mappa, adesso andiamo a cercare il tesoro.

Seconda parte

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Calimero.

L’impressione di camminare dentro un muro di mattoni, si avanza a fatica, dopo tutte le porcate che abbiamo scritto, leccate su sperma stracchinosi di preservativi usati, su fighe putride e maleodoranti, su culi di vecchie illordati di caghetta questa non appare tanto eccezionale eppure la resistenza c’è e ci deve essere un motivo. Insomma, si tratta del mio cazzo, anche se in questa storia appare come un negro, anzi un supernegro, perché non riesco ad amarlo?

Una metafora, va be’…il problema è nel linguaggio, sembra che ci sia un condizionamento, quando si scrive ci vuole professionalità, le parole sono segni formati da lettere, che sarebbe se un chirurgo aprisse una pancia per operare un cancro ed alla vista di tutte quelle schifezze si tirasse indietro?

Dalla figura viene fuori la schifezza, in filosofia è la negazione della forma, in fisica è la negazione del corpo e tutto si concentra su lui, il supernegro…su le maniche ed al lavoro!

doctor FaustIl canone alza il sipario tra le pagine di un racconto di Stevenson in Inghilterra, è notte, non piove ma il cielo coperto da gonfi e spettrali cumuli neri è solcato da fulmini che lo rigano come una immensa ragnatela luminosa dove un ragno invisibile nascosto nell’ombra sbava brontolando a tuono in attesa che qualche mosca s’attacchi. In un piccolo cimitero abbandonato vicino ad una chiesa scalcinata col tetto sfondato c’è qualcuno che sta scavando in una tomba. Nel buio non si vede bene ma si sentono gli sfregamenti della vanga che sprofonda nella terra contrappuntati dai gemiti gelidi del vento che proviene dalla brughiera e dalle bestemmie soffocate di chi sta scavando. Ecco, ci siamo, la vanga ha toccato qualcosa, una bara, la bara si apre, dentro c’è il cadavere di un uomo semi putrefatto invaso dai vermi, l’ombra con gesti febbrili gli strappa i pantaloni mettendo alla luce il pube ribollente di putrefazione dove sguazzano danzando vermi di tutte le misure invischiati di liquido violaceo e spumoso, il tanfo aspro della morte lo si sente da qui…

Dove prima c’era il cazzo si vede una montagnola di carne marcia semidivorata dai vermi, l’isola del tesoro, l’ombra ci intinge un dito poi dopo averlo annusato lo tocca con la punta della lingua ed infine si decide, succhia il dito e subito dopo, sugli ululati del vento che soffiano alti si getta sul cadavere per divorare il resto.

Al tavolo le due puttane stanno parlando concitatamente col supernegro in africano, fin’ora mi hanno ignorato concentrando tutte le attenzioni su di lui, non capisco un tubo di quello che dicono, nel piatto il cus cus ha smesso di fumare, addento un pezzetto di carne intriso nel sugo rosso, è davvero pepato, inoltre c’è peperoncino a non finire e tanto aglio, il gusto della carne non si sente affatto, mentre lo mastico e la lingua si infiamma il me che pensa chiede: “Perché proprio in Inghilterra?”  Guardo l’intuizione e continuo: “Forse ha a che fare con il campo dei bolliti in Virginia, si tratta di nomi quindi una di queste puttane dev’essere…” Non so se esiste un cazzo anche tra le parole comunque quel cazzo viene subito duro e mi faccio attento. Il me che pensa dice: “La Virginia non è in Inghilterra.” Rimugino il fatto e continuo: “Però lei sì e se il nome lo hanno messo lì ci deve essere un motivo, forse qualcosa avvenuto prima sepolto nei livelli del linguaggio.” La figura del canone si sta aprendo ed il movimento continua, il me che pensa, con voce sibilante, ribatte: “Bisogna trovare un negro tramandato dalla letteratura in Inghilterra.” Condividendo il pensiero vado avanti: “Chi può essere, la letteratura inglese la conosciamo meglio degli inglesi…” Diamo uno sguardo alle probabilità e concludo: “Forse Venerdì, il servo di Crusoe, Otello ma quello è a Venezia, non so perché ma fiuto anche Calibano della Tempesta e inoltre c’era un re ricordato sia da Shakespeare che da Conan Doyle che era detto il principe nero.” Il me che pensa continua: “Comunque l’uomo nero è ricorrente nella favole irlandesi, ricordi il morto che si attacca alle spalle e non si stacca più della Yeats?” “Già…poi lo obbliga a scavare tutte quelle tombe per seppellirlo, erano sempre al buio, doveva essere nero anche quello. Inoltre l’arabo di Diana, quello non era nero ma nella figura è apparso come tale, chissà che pensavano di lui i pettegoli inglesi… Ce ne possono essere altri ma per il momento impastiamo questi.”

bambola neraI tre si son detti tutto perché ora tacciono, il supernegro si alza e va allo stereo, fruga tra i cd e mette un brano di musica rap, mentre alle pareti si vede l’ombra di uno scimmione gesticolare in inglese passa dal frigo per prendere del formaggio e lo porta a tavola poi si risiede.

Silenzio, mi guardano di sottecchi con cruccio, le puttane tamburellano nervosamente il tavolo facendo risonare le lunghe unghie affilate, hanno un profumo selvatico, un afrore di belva, i contorni sono ancora indistinti. Disinteressato all’argomento già sto progettando le scopate furiose da scrivere dopo intanto vedo che prima devo sciogliere il nodo.

Verso il vino nei bicchieri per cominciare e dico: “Troppo sensibili, son solo parole, ve la prendete per niente.”

“Questo lo dici tu!” sbraita una puttana, “mi sento tutta piena di serpi.”

“Anch’io!” ribatte l’altra.

calimero 1Il supernegro, con aria pensosa, dice: “Sembra una storia di cannibali.”

Rispondo: “All’apparenza, bisogna calcolare che può essere solo una favola raccontata a dei bambini che poi venendo grandi l’hanno raccontata ad altri bambini e via così, comunque se il nome è forma la forma è il nome ma se il nome non è forma si può dare tutti i nomi che si vuole che la forma rimane invariata. Poi bisogna calcolare un’altra cosa, nella logica pura il nero non è bianco quindi l’in sé del nero è il bianco e l’in sé del bianco è il nero proprio come si rivestivano i cannibali preumani e probabilmente devono fare gli enzimi nella digestione per non essere scambiati per cibo e venire mangiati dagli altri.”

 

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la caccia continua nel prossimo post: “Il cazzo.”

Figure in movimento.

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Lettere, zampette di pulce che saltellano sulla pagina stampando l’orma, parole frasi, pulcino d’aquila mentre cresce il piumaggio e attende il volo, la forma di un sogno, il nome segreto, s’inizia con la metafora, una lingua acuta e penetrante s’insinua nella bocca e si mette a slinguare, una lingua di fuoco, arde di passione, la sensazione onirica per il momento non decifrabile di una lingua inglese, metafora di parole, un linguaggio. Scoccare di spade nella scherma, slinguata feroce, stoccate affondi piattonate touché contro touché, il sangue comincia a scorrere, nettare inebriante, pioggia d’oro vermiglio che infuria nel fuoco, di più, climax verso le stelle…

OLYMPUS DIGITAL CAMERA         Nella stanza del supernegro, insomma è il mio cazzo, non il mio qui che sono solo parole, dovrebbe stare tra le gambe di quello che scrive nella realtà di fronte alla pagina magari bello duro in attesa di…altri sogni? Bella stronzata, un sogno alla volta, lavoriamo su questo.

Il nero dimostra sui quarant’anni, il viso affilato dagli occhi aguzzi e penetranti, di fronte allo specchio dovrei vederli azzurri come sono abituato, invece sono neri e luccicanti che paiono pieni di stelle. La musica di Woo Doo child riprende a suonare, le stelle piovono dal soffitto, sono note liquide, ognuna nasconde un amo innescato da una lettera tentatrice, le lettere scorrono sul foglio, il mio cazzo, il senso di sporco, il peccato, il divieto, la negazione del corpo, l’entrata nel sogno, la porta alle spalle si allontana, nel labirinto il filo della creatività gira e rigira tra corridoi oscuri e strade che portano da nessuna parte, indietro il ritorno alla realtà…

Piedi nudi in ciabatte dai disegni arabescati ed il tessuto sdrucito e deformato dall’uso, jeans aderenti strappati in più punti tesi sui muscoli, camicione bianco impiastricciato di colori a olio e macchie di trementina, forato in più punti dalle caccole delle canne cadute, il pennello in mano puntato alla tela bianca, si dice vergine, metafora pennello cazzo su come sfondarla, violenza e dolcezza convivono male allacciati, rancore, gli occhi si infiammano verso la tela che s’arrossa, bestemmia poi gli prende un raptus ed inizia a ballare saltando sulle lunghe gambe e scuotendo la testa, si riprende e ripunta il pennello alla tela, scene di caccia nudi rincorrendo le bufale nella giungla, il leone e la tigre saltando insieme, si avventano al collo, squarci, un’inondazione di sangue, bramosia, denti che affondano, una lunga rullata, miliaia milioni miliardi di tam tam battuti con fragore rimbombano nel silenzio del sogno.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA         Molleggiando con le gambe al ritmo della musica ripunta il pennello, chiude un occhio per prendere la mira, fa per fare un segno sulla tela poi sbuffando esclama: “Niente da fare, stasera non c’è!” e butta il pennello sul tavolo.

Mi guarda con occhi languidi e mi pizzica con due dita una guancia mascherando una carezza.

Nel doppio quello di me che pensa dice: “È il tuo cazzo, sono solo parole, dacci dentro.”

Non lo ascolto e quello di me che parla ribatte al supernegro: “Che ti metti a fare il ricchione adesso? Dammi un centone che me ne vado, ho fretta.”

“Quale fretta…” continua lui, “adesso non ne ho, sto aspettando che me lo portino, saranno qui tra un po’.”

Nel mentre la musica di Hendrix tace, nel silenzio va verso la stufetta e con un cucchiaio mestola nella pentola, assaggia, chiude gli occhi per assaporare il gusto poi li riapre e dice riprendendo a mestolare: “La solita brodaglia…va be’… vuoi cenare con me?”

“Che stai preparando?”

“Cus cus, la carne era un po’ andata ma si può ancora mangiare, ho messo tanto pepe.”

“Fossi matto, ho già cenato, quanto c’è da aspettare?”

Posa il mestolo nella pentola e dice: “Meglio farlo cuocere ancora un po’…” mi guarda e risponde: “Dovrebbero essere già qui, stanno tardando ma vedrai che vengono.” Va verso la libreria, prende il sassofono e continua: “Dai, mettiti alla chitarra, suoniamo.” Al centro della stanza sotto la lampadina addenta il bocchino ed inizia a suonare Summertime.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA         L’attacco, nella scena ho la chitarra in mano, per un po’ strimpello a caso accompagnandolo poi la mano si scioglie e le dita se ne vanno per conto loro sulla tastiera duettando col sassofono, lasciamo il motivo e ce ne andiamo ognuno per conto proprio in una fuga, qualche fiammata s’accende qua e là, il sassofono s’allunga in una flessuosa donna dalla pelle d’oro, le labbra alla figa, stringe i denti ed allunga i colpi di lingua sull’ancia del clitoride, gemiti metallici eccitati goduti addolciti dalle vibrazioni, il manico della chitarra sta gonfiando, un lungo cazzone con corde di carne, chiudo gli occhi per non guardare quel che fanno le dita e mollo le briglie, quelle si lanciano imbufalite, “mi sto facendo una sega come al solito” sussurra il me che pensa, senza ascoltare continuo a suonare, non escono suoni, sono ruggiti nella giungla feroce, strilli d’aquila sopra le nuvole che sfidano il vento in picchiata un tuffo nell’oceano profondo scivolando sui dorsi di pesci luccicanti e poi riemergo tra gli strilli eccitati del sassofono figa prossimo all’orgasmo.

In quel momento suonano alla porta, nella realtà si sente un drin corto ed uno lungo, nel sogno le trombe del giudizio che sgolano sulle tombe della geenna…

Nei sogni gli sdoppiamenti sono frequenti, in una partitura musicale seguono le regole del contrappunto, qui si vede il supernegro andare ad aprire saltellando al ritmo della musica, aprendo la porta si aprono le porte della geenna ed escono le ossa ululando lugubri, nella pagina entrano due formose negre molto graziose alte e slanciate con minigonne vertiginose e body semitrasparente teso dai tettoni i cui capezzoli gonfi sembrano proiettili di cannone puntati per sfondare. Sono piene di verve, strillano eccitate dando vistose pacche sulle spalle del supernegro, si vede chiaramente che sono puttane, dopo un po’ siamo a tavola col cus cus pepato che fuma nei piatti mentre l’intenzione resta in bilico tra i due sogni non dimenticando che ad essere morto è solo il nome.

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Caccia al tesoro continua nel prossimo post: “Calimero.”

Woo Doo al caz!

 

pisSu le maniche, storia artigianale, questa…il test sull’originalità sembra tenere, di duemila libri letti e almeno altri diecimila di cui conosciamo la trama non c’è traccia, nel mito si potrebbe trovare un allusione a Narciso ma alla lontana ed in Priapo dal grande cazzone, non nel suo mito ma nella psicologia delle popolazioni che lo veneravano dedicandogli i presepi dove poi venne sostituito da Cristo, il re dei giuda.

La figura di un castrato, psicologia senza peli, calcolando l’istinto preumano che nei primi anni di età è ancora sviluppato bisognerebbe fare una statistica di quante bambine ed anche bambini sognino la prima volta che si trovano di fronte un crocifisso così spaventosamente nudo e insanguinato di addentargli i coglioni sotto le fasce, ricordo che poi viene rimosso dal peccato inconfessabile nel senso di colpa e probabilmente trasferito su un’altra persona.

Priapo, la sua figura è la stessa di Pan, ambedue sono divinità pastorali d’aspetto mostruoso, Pan era figlio di Ermes ed aveva un fratello Ermafrodito, le figure dei fratelli sembrano fondersi in Cristo, la logica nominalista, il nome è forma, il cazzone è castrato ed ecco centrato l’argomento. Per dirla alla Proust potremmo continuare con la ricerca del cazzo perduto non tralasciando quanti maschi e femmine lo devono aver masticato e dissanguato nei loro sogni.

Qui siamo solo parole, il problema è nominale e non va cercato nei fatti, comunque per antonomasia ad avere il cazzone sono i negri, l’identikit, negro è sinonimo di morto, negro è un nome quindi ad essere morto è il nome, il nome non è forma quindi la forma non è morta, un negro vivo col nome di un morto che si identificano, uno cazzone e l’altro castrato, sembra di essere di fronte ad uno specchio, castrato nei fatti e cazzone nei sogni.

luna con beccoBisogna invertire il concetto, con il computer basterebbe un clic nella bacheca dei livelli, nella realtà…c’è la leggenda che circolava un tempo di D’Annunzio che si era fatto togliere una costola per potersi succhiare il cazzo, sembra una cazzata in tema ma la figura si combina con la costola di Adamo che così si identifica con Eva, uno che si succhia il cazzo e comunque sempre un cazzone ed un castrato, usando la logica di Fichte nell’identità si azzerano, quindi l’angoscia di Kierkegaard, il nichilismo di Schopenhauer ed il superuomo di Nietzsche ed ecco figurato il supernegro castrato col cazzone.

Cominciamo a respirare, dalla figura si vede che ad essere castrato è una statua ed è solo l’idea che si trasferisce comunque sempre a livello nominale.

Voltata la pagina appare il senso di sporco, questo si vede nella gelosia delle donne, la vendetta, corrono subito a cercare un negro per succhiargli il cazzo, come Diana con l’arabo non necessariamente di pelle nera, comunque un morto, il significato del nome e da qui al cornuto il passo è breve. Un cazzo sporco, l’identità è con il cazzo di Cristo che viene trasferito, di una statua, quindi il peccato, il senso di colpa e l’anima macchiata ed ecco fatto, l’abito immacolato della vergine, così impari!

4aSembra proprio un manicomio, comunque dopo la figura di D’Annunzio il test sull’originalità ha perso punti, bisogna studiarne un’altra. Nella logica nominalista l’anima è corpo, l’anima chi l’ha mai vista? Un nome che sta prima dell’esperienza quindi un a priori che si identifica col corpo trascendendo il supernegro, potremmo essere tutti e due prigionieri del sogno di una zoccola, questo lo si vede nei libri precedenti, comunque una pazza ed il legame che tiene imprigionati al sogno è la gelosia, o meglio la credenza della gelosia.

Fragile come il soffio di un’ape che bacia un fiore… però il senso di sporco c’è ed è il mio cazzo, lo tiene lontano, in un sogno e di fronte si vede il corpo di un nero. Un bel dilemma.

 

Woo Doo Child di Hendrix continua a piovere dal soffitto a tutto volume, intanto studiamo come superare D’Annunzio.

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Caccia al tesoro continua nel post successivo: “Figure in movimento.”